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Come migliorare la relazione di coppia – 2° parte –

Nell’articolo precedente, “Come migliorare le relazioni-nella coppia e non solo …”,  abbiamo esaminato e descritto i primi due livelli del contratto di coppia, abbiamo cioè parlato di richieste e diaspettative. Abbiamo concluso che, se riusciremo a chiedere, se supereremo la paura del rifiuto possibile, se invece di tacere e immaginare che l’altro comprenderà il nostro bisogno, lo renderemo consapevole a noi stessi ed esplicito al partner, allora la comunicazione potrà rappresentare un collante efficace e potente nella coppia. Andremo oltre all’idea inverosimile che l’altro sia uguale a noi, pensi come noi, senta come noi, e celebreremo la diversità e l’integrazione dei punti di vista.

Sembra facile! E tuttavia nelle storie delle coppie che compiono percorsi di Counseling, si nota spesso come il conflitto portato dai partner assuma una doppia valenza: ci sono i fatti, a volte persino banali, quotidiani: lui non decide mai per le vacanze, lei mi tradisce, lui non mi ascolta e non esprime emozioni, lei non riconosce i miei successi sul lavoro e non mi stimola …..

Nel percorso di crescita in Counseling la coppia impara a comunicare, esplicita le aspettative segrete, riconosce l’altro come interlocutore diverso da sé, esprime l’emozione, trova soluzioni. Eppure a volte non basta, non è sufficiente per funzionare, la conflittualità e il disagio non diminuiscono, c’è un gancio profondo, un dissidio inesplicabile, che ancora crea distanza e impedisce il NOI.

Cosa succede? Come far emergere il livello profondo dell’iceberg che gela il cuore e i rapporti? Come dare voce al meccanismo inconsapevole e antico che rende due persone, due amanti, due compagni, estranei rabbiosi o indifferenti?

Serve tornare indietro e parlare del terzo livello del contratto di coppia, quello che abbiamo chiamato illivello delle proiezioni.

E cerchiamo di semplificare i concetti: cosa significa proiettare? Significa disappropriarsi di parti, di aspetti di sé, che non ci piacciono, che non vogliamo o non possiamo riconoscere, e attribuirle all’altro, vederle nell’altro, magari pesino invidiandole, oppure detestandole. Facciamo un esempio immediato: detestiamo l’arroganza e apprezziamo la franchezza, quando le notiamo negli altri. Ma siamo proprio sicuri che la qualità che amiamo e il difetto che respingiamo non siano anche nostri? Riflettiamo bene: posso o ho mai potuto permettermi di essere diretto, franco, arrogante? Mi hanno mai dato la possibilità di imparare a farmi le mie ragioni, di non essere sempre diplomatico, compiacente, equilibrato? E in quali occasioni sento che parte il mio giudizio, il pregiudizio, la mia arroganza verso gli altri, che magari disprezzo o considero inferiori? Cosa rischierei se ammettessi che sono anche mie, le caratteristiche che mi colpiscono nell’altro? Belle o brutte che siano per me? Posso sostenerle? Posso permettermele?

OK, chiarito cosa siano le proiezioni, citiamo il pensiero di Freud sull’amore e diciamo che, quando vediamo nell’altro qualcosa di speciale, quando ci innamoriamo, veniamo attratti da caratteristiche del partner che sentiamo ci possano completare. Perché noi non le abbiamo, e per questo ne sentiamo il bisogno, per diventare interi, completi. Ci innamoriamo di chi pensiamo possa soddisfare il nostro bisogno antico, profondo, inconsapevole, nascosto persino a noi stessi. Ci innamoriamo di parti di noi che non sentiamo di possedere e che proiettiamo nell’altro.

Come succede che le persone adulte vadano in giro nel mondo con un bisogno antico, inconsapevole, così potente da poter essere soddisfatto solo con l’aiuto di un partner, di quel partner particolare?

Per dare senso a questo meccanismo proiettivo dobbiamo risalire ai primi anni della vita di un bambino, là e allora, quando i bisogni primari, ineluttabili che regolavano la sua esistenza, potevano essere soddisfatti solo grazie all’intervento e in relazione a un adulto che di quel piccolo si prendeva cura.

Qui, per semplicità e brevità, parleremo solo del primo dei bisogni fondamentali di un piccolo, quello che ha a che vedere con la nutrizione e con la sopravvivenza, parleremo cioè della delicatissima fase di vita che ha a che fare con l’allattamento, la così detta fase orale

Un piccolo piange, ha fame, e qualcuno, generalmente la mamma, arriva e soddisfa il suo bisogno, il malessere passa e il bambino è sazio e in pace col mondo. Ma se il latte tarda sempre ad arrivare, se nessuno si prende cura, in tempi ragionevoli, della sua sofferenza e del suo bisogno, allora la piccola mente e il piccolo cuore del bambino impareranno che il mondo è cattivo, che non ci si può fidare, che non serve chiedere e piangere, perché intanto nessuno risponderà alla richiesta.

Viceversa, se un bambino non ha nemmeno bisogno di piangere, se il latte è sempre presente, disponibile, ancora prima che la fame e il disagio conseguente si manifestino, se la mamma è sollecita oltre ogni sensatezza, allora il piccolo maturerà l’idea che il mondo è a sua completa disposizione, che i suoi bisogni e le sue richieste saranno sempre magicamente esauditi, senza che lui nemmeno abbia necessità di chiedere.

Questi pensieri vengono inconsapevolmente interiorizzati dal bambino, dimenticati, e, se le esperienze di vita andranno in direzione coerente, se le relazioni successive andranno a rinforzare tali convinzioni precoci e inconsce, allora avremo persone adulte che si muoveranno alla ricerca del partner portando in bella evidenza questo buco antico, questa mancanza primitiva e bruciante: nei casi che abbiamo utilizzato come esempio, ci sarà un adulto convinto che nessuno si prenderà cura di lui e delle sue richieste; oppure ci sarà un piccolo principe, convinto che il mondo lo ricompenserà senza bisogno di domandare.

Quali partner ideali potranno colmare la mancanza, di chi sarà possibile innamorarsi e fidarsi? Le scelte saranno variabili, ma in generale una persona sfiduciata e bisognosa potrà ricercare un partner “mamma buonissima”, che lo coccolerà e lo metterà finalmente al centro dell’universo.

Oppure la paura e la diffidenza avranno la meglio, e il partner ideale sarà qualcuno che professa la stessa distanza, la stessa sfiducia, e non si avvicinerà mai pericolosamente, chiedendo quell’abbandono fiducioso e quell’intimità che non ho mai imparato a vivere. Vivere lontani fisicamente, parlare solo per telefono o per sms o per e-mail, comunque parlare poco, stando sempre molto attenti a difendersi. Il bisogno di accudimento, che pure esiste in ciascuno di noi, avrà così trovato la sua negazione totale, non verrà mai soddisfatto perché sapersi appoggiare, poterlo chiedere all’altro, è pericoloso, non è possibile.

E chi pensa che il mondo sia bello e buono e che ogni desiderio verrà esaudito senza chiedere? Avrà bisogno di un partner accudente, a disposizione, dedicato, che lo mantenga in questa illusione. Ma se arriva la sofferenza, se il partner non si dimostra così nutriente, sarò in grado di ribellarmi, di immaginare un altro da me non buono, non perfetto, o sarò costretto a adattarmi, a ingoiare il dolore, a sentirmi colpevole perché non apprezzo quello che ho? Potrò rinunciare alla mia idealizzazione del mondo e ammettere che forse non è tutto così perfetto, che la mamma troppo buona non mi ha allenato a fidarmi dei miei bisogni e a chiedere?

Ecco, la coppia amorosa, in questi esempi, si compone di un bambino, o di una bambina, e di una mamma, maschio o femmina che sia. Fintanto che il meccanismo proiettivo, complementare, funziona, va avanti, la coppia è ideale, collusa, inconsapevolmente legata da invisibili fili che riportano all’infanzia e alla prima nutriente relazione con la mamma.

Ma quando uno dei due partner “cresce”, cambia, consapevolizza un desiderio nuovo, la collusione si rompe e la crisi avanza. E non sappiamo perché, ma i vecchi meccanismi che tanto ci soddisfacevano e ci facevano sentire amati, improvvisamente non funzionano più. E ci da’ fastidio l’attenzione morbosa dell’altro, o la sua ostinata distanza e apparente indifferenza. Sentiamo, a livello inconsapevole e ancora confuso, che non abbiamo più bisogno di questo, che in quella coppia noi non ci sentiamo più rappresentati, visti, e che non siamo così, non lo siamo più, non del tutto.

La collusione della fase orale che abbiamo utilizzato come esempio è solo la prima di una serie di “intoppi”, di credenze antiche, inconsce, che cementano la relazione di coppia e che poi la possono distruggere.

Cosa si può fare, come ci si lavora? Il seguito alle prossime puntate!

Un abbraccio forte a tutti voi

Cristina-Come migliorare le relazioni nella coppia